Tribale o raffinato come una stampa antica di Kuniyoshi Utagawa, il tatuaggio è un fenomeno culturale che accompagna l’uomo da tempi immemorabili. “Tattoo. L’arte sulla pelle”, la mostra in programma al MAO fino all’8 marzo a cura di Luca Beatrice, Alessandra Castellani e Museo d’Arte Orientale, offre una panoramica istantanea sui tantissimi simboli e segni di cui il corpo umano è diventato fisicamente il veicolo nel corso della storia, in molti casi diventando un’autentica tela vivente. Se in passato marchiava i reietti o peggio i barbari, col tempo il tatuaggio si è evoluto in una vera e propria forma espressiva ed artistica come raccontano bene le quattro sezioni tematiche: la prima parte dal Giappone, in cui i tatuaggi erano appannaggio di umili, attori e yakuza, la seconda è dedicata ai riti di passaggio del Sud Est Asiatico insieme ai complessi disegni polinesiani, la terza ai tatuaggi studiati da Cesare Lombroso come indice della propensione a delinquere per poi chiudere con la cultura giovanile degli Anni Sessanta e Settanta e con la scena punk e skinhead.

Il confronto continuo con l’arte contemporanea, come per esempio le sculture classiche tatuate di Fabio Viale, spingono “l’arte sulla pelle” a un livello di riflessione superiore ovvero quello della definizione dell’identità stessa dell’uomo attraverso un processo creativo continuo, non al proprio esterno, ma direttamente su di sé. Un modo con cui tante persone oggi diventano un manifesto quotidiano e visibile della complessità del mondo contemporaneo.30

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Fabrizio Vespa