L’uomo che planò sul secolo ‘900 indicando dall’alto la via.

 

Torinese, italiano, europeista, cittadino del mondo. L’avvocato con il suo stile ha segnato il Novecento Italiano e non solo. Il secolo breve, il secolo dell’industria e della velocità lo ha attraversato con l’orologio sul polsino e la corona da Principe d’Italia in testa su una FIAT che nascondeva il motore di una Ferrari.

Oggi, il 12 marzo 2021 Gianni Agnelli avrebbe compiuto 100 anni. Come spiegare alle nuove generazioni questa figura così pregnante che per più di cinquant’anni è vissuta sotto i riflettori?

 

© Corriere web

                       

Non è facile certo, ma noi con “NEL SEGNO DELL’AVVOCATO” lo faremo in quattro puntate con articoli scritti, una ogni venerdì. Lo faremo con interviste ai giovani per vedere cosa rimane dell’avvocato nel nuovo millennio.

Negli articoli troverete il racconto dei periodi più salienti della sua vita, di quella della sua città, Torino, e dell’Italia tutta, che verrà infarcito con curiosità e aneddoti sulla sua vita.

Vi porteremo attraverso gli anni ’30 con il suo viaggio in America passando per gli anni ’40 del conflitto mondiale e gli anni ’50 della Costa Azzurra e del suo matrimonio. Passeremo attraverso le cene galanti, le amicizie oltre oceano, i Kennedy, Churchill, Kissinger; per poi approdare negli anni ’60 con la presidenza alla FIAT.

Arriveremo così alle contestazioni operaie e le lotte studentesche, gli anni ’70 degli scontri sindacali e del terrorismo nelle fabbriche, il boom degli anni ’80 e la lenta riconquista della linea di successione per la FIAT negli anni ’90. 

Quello che già iniziamo ad intuire da questo itinerario è che stiamo parlando di un uomo che è andato oltre il suo ruolo di Presidente della FIAT o della Juventus consumando una popolarità da vero e proprio Personaggio, non solo da imprenditore. La figura di spicco italiana: Agnelli, un uomo che è planato sul secolo ‘900 indicando dall’alto la via.

 

Capitolo I

Agnelli: I primi passi fuori dal mondo, l’America,

l’orologio sul polsino e la guerra.

Gianni Agnelli

L’America!

L’America è l’ispirazione della famiglia Agnelli. Il nonno di Gianni prese esempio dalla produzione di massa fordista in un viaggio in America a inizio Novecento.

La famiglia si era già fatta riconoscere nel panorama Europeo, il padre un grande amante d’arte, la madre era così estrosa da avere un ghepardo come animale domestico.

Ma spesso le vite di chi appartiene a grandi famiglie non sono tutte rosa e fiori.

Il primo grosso trauma dell’avvocato arriva quando al suo ventunesimo anno di vita perde il padre per colpa di un atterraggio fallito. Edoardo Agnelli fu decapitato dall’elica del suo idrovolante con cui, in fase di atterraggio aveva colpito un tronco affiorante dalla superficie del lago.

Preso sotto l’ala del nonno nel 1938 arrivò il momento di andare oltre oceano, a visitare l’America. Dichiarò in un’intervista che il viaggio nel paese a stelle e strisce degli anni ’30 fu la cosa più importante che gli fosse mai accaduta.

E possiamo capire il perché. L’avvocato degli USA amava tutto, lo stile, la frenesia, la positività, la grande innovazione tecnologica; insomma, quelle vibes che rendevano l’America un paese avanti vent’anni rispetto gli altri Stati del mondo.

Dalle amicizie giovanili oltreoceano era stato influenzato per il suo sportswear in stile americano, ma per il suo più grande vezzo distintivo – l’orologio sul polsino – a lui solo si deve attribuire la trovata.

gianni agnelli

L’idea non era solo simbolica, Agnelli studiava tutto quello che succedeva e non lasciava molto al caso, era consapevole che la corona del quadrante dell’orologio strusciando sul bordo del polsino avrebbe a lungo andare rovinato il bordo, per questo iniziò ad allacciarlo sopra, e con il tempo questo modo di fare divenne celebre e caratteristico tanto che ne connotò il personaggio diventando cifra stilistica poi da molti imitata.

Con gli anni Quaranta però arrivò anche la guerra.

In questi anni Agnelli sviluppò uno di quei tratti che lo contraddistinsero per il resto della sua vita. Rispose alla chiamata alle armi con il desiderio di combattere contro il comunismo servendo come ufficiale di cavalleria.

Agnelli era un uomo che credeva nella gerarchia e nel potere al vertice di cui lui, lungo il secolo fu simbolo; la sua leadership informale e quasi naturale lo portò a un’interlocuzione diretta con i vertici delle istituzioni, dal Quirinale alla Banca d’Italia fino alla Segreteria dello Stato vaticano. Proprio questo senso di fedeltà verso chi era gerarchicamente sopra di lui lo portò ad arruolarsi. Agnelli non si sentì mai vicino al regime né condivideva le idee, ma seppur non credesse nella guerra, sentiva in sé un forte senso di lealtà verso il Re e nei confronti dello Stato italiano.

 

Quando si pensa a un personaggio come Agnelli soprattutto in gioventù si può immaginare un uomo con fame di potere, ma questo non valeva per lui.

Quando gli chiesero che rapporto avesse con questo lui rispose:

“La cosa che mi piace di meno del potere è che uno possa volerlo o amarlo. Io non sono un assetato, mi piace quel tratto di potere necessario per assolvere i lavori che devo compiere.”

Inoltre, in questi anni si abbatterono sulla famiglia agnelli altre sventure. Virginia Bourbon del Monte madre di Gianni morì in un incidente stradale, in un frontale nel novembre del 1945. Proprio in quegli anni lo stato italiano, in cui l’Avvocato credeva, non riservò un buon trattamento al patrono della FIAT, il nonno di Gianni (Giovanni Agnelli, da cui il nipote prese il nome) fu accusato dal comitato di liberazione nazionale, di collaborazionismo con il fascismo e gli fu così impedito di tornare in FIAT. La distanza dall’azienda in cui aveva investito le energie di una vita e la morte del figlio qualche anno prima, lo provarono, e a dicembre del ’45 fu stroncato da un infarto. Al corteo funebre non fu concesso alla famiglia di far tappa davanti ai cancelli del Lingotto.

Nel giro di tre settime il giovane Gianni aveva perso la madre e il nonno.

La vita, ora, doveva affrontarla da solo, non da Agnello, ma da leone.

Sarà dopo la guerra che la FIAT sorgerà come grande industria e la figura di Gianni Agnelli diventerà sempre più pregnante e presente nella scena industriale e sociale italiana. La corona per la quale lui era andato in guerra cadrà sotto i colpi del referendum e gli anni Cinquanta illumineranno una nuova Royal family acquisita. Di questa famiglia reale, l’avvocato con il suo estro, non poté che esserne incoronato Principe.

Capitolo II

Il Dopoguerra: 

Lo stile Agnelli tra velocità e notti bianche 

Nel primo capitolo di questo omaggio a Gianni Agnelli siamo rimasti alla fine del conflitto mondiale e alla morte del nonno, fondatore della FIAT.

Ebbene, il nostro Avvocato si trovò in quel momento investito da tutto quello che derivava dal dover portare sulle sue spalle, da solo, il cognome della famiglia.

Per capire la vita del nuovo patron della FIAT bisogna partire da questi anni: l’Italia era stata distrutta dalla guerra, si moriva per assenza di cure mediche e le famiglie erano flagellate dalla povertà. Gli alleati volevano confiscare la FIAT ma Agnelli con il suo fascino e il suo charme misto ad una buona dose di capacità diplomatiche, convinse gli americani a lasciargli l’azienda.

Poi il boom economico fece spuntare industrie come funghi sul territorio italiano, la FIAT era una di queste.

Gli agnelli e Gianni rappresentavano tutto quello che c’era di positivo per gli italiani: il sogno di velocità con le macchine, e l’intrattenimento con la Juventus. Tutti sapevano chi era Gianni Agnelli, il playboy che pieno di idee era diventato il simbolo di speranza del nuovo Rinascimento italiano. Insomma, le donne lo amavano mentre gli uomini sognavano di poterlo imitare.

In questi anni molte persone dal Sud si trasferirono al Nord, e nell’immaginario collettivo non fu mai l’azienda ad offrire loro servizi come la scuola, l’asilo per i più piccoli, l’abitazione o l’assistenza medica, ma era Gianni Agnelli a darglieli.

 

Mentre la FIAT intanto costruiva le utilitarie che la resero famosa in tutto il mondo “Topolino”, “Balilla”, “1500d” e “1400” che uscivano da Mirafiori per entrare nei garage degli italiani, Agnelli era diventato l’uomo più ricco d’Italia, la Costa Azzurra gli apparteneva e Anita Ekberg gli cadeva tra le braccia.

Gianni era divertente, pronto all’avventura. Arrivava al mare in elicottero tuffandosi direttamente nel mediterraneo. 

Per capire la forza seduttrice che esercitava sulle persone bisogna far riferimento ad un avvenimento che in quegli anni accadde a Nizza. L’avvocato guidava una Ferrari verde metallizzato, con questa sfrecciava per le strade della città ad una velocità per cui a chiunque, se fermato dalle forze dell’ordine, verrebbe confiscata la macchina con annessa una multa salata. Ma questo non valeva per Gianni che sfoderando il suo charme si alzò dal posto del guidatore e offrì la possibilità ai due carabinieri di sedersi e godere degli interni in pelle rossa del veicolo. Se la cavò così con un simpatico rimprovero degli agenti e qualche battuta sempre però mostrando deferenza verso il guidatore spericolato.

D’altronde il suo motto era:

«Mi piace il vento pevchè non si può compvave, ma solamente sfidave»

 

Il coraggio per lui era un principio inscindibile in ogni aspetto della vita.

Nel 1953 Gianni Agnelli è l’uomo più ricco d’Italia e tra yatch e un aereo privato, stringe amicizie con Rockfeller e Kennedy in Costa Azzurra.

Negli anni del dopoguerra una donna diventata celebre nello scenario mondiale, Pamela Churchill (Pamela Harriman) chiese il divorzio da suo marito Randolph Churchill, il figlio dell’ex primo ministro che traghettò la Gran Bretagna alla vittoria durante la guerra: Winston Churchill; la causa del divorzio? Alcolismo.  

In quegli anni la giovane Pamela aveva smania di crearsi una vita in una posizione agiata e di potere; così iniziò a frequentare il jet set internazionale dei tempi, ad una festa mise gli occhi su Ali Khan, un famoso play boy, la loro storia funzionò fino a che Ali Khan non mise a sua volta gli occhi sull’attrice Rita Hayworth. Il principe playboy doveva a questo punto trovare un modo per disfarsi di Pamela e si dà il caso che tra la sua schiera di amici comparisse il nome del nostro Gianni Agnelli. Tra playboy ci si intende, e così Pamela fu presentata al nostro avvocato. 

Ma quella di Agnelli fu soprattutto una strategica mossa politica.

L’avvocato capì la possibilità che questa relazione avrebbe potuto dargli; usò il nome Churchill per stringere relazioni con Washington e per ripulire la reputazione dell’azienda.

Si sfruttarono consapevolmente a vicenda, lei alimentava le sue ambizioni così da poterne poi vivere all’ombra.

Pamela arrivò addirittura a convertirsi al cattolicesimo per convincerlo a sposarla. Ma Agnelli era uno spirito libero, troppo legato alla vita frenetica servo dell’atto della conquista amorosa, tanto che la relazione si ruppe quando l’avvocato fu trovato da Pamela abbracciato ad una donna sul terrazzo.

Tra le grida ingiuriose della donna inglese Gianni si diede alla fuga in auto, con la nuova fiamma al suo fianco. Agnelli quella notte si era divertito ad una di quelle serate che lui chiamava “le grandi notti bianche” (che nulla avevano a che fare con Dostoevskij o con Visconti).

Durante la fuga però ebbe un incidente. Si scontrò con il camion di un macellaio, fratturandosi la gamba sinistra in sette punti. Da quel giorno rimase claudicante per il resto della vita.

Commentò l’accaduto con queste parole:

Ho sempre guidato volentieri e veloce. C’è un particolare momento, al mattino tra le quattro e le sei, in cui si tengono i fari dellauto ancora accesi, mentre quelli che si sono appena svegliati non accendono le luci. Ad esempio, i macellai con i loro camion, alla mattina, quando vanno al mercato. E io sono andato proprio a finire contro uno di questi”.

All’ospedale si oppose in tutti i modi all’amputazione. La ripresa fu lunga ma le sorelle di Gianni si occuparono di lui e attraverso loro l’avvocato poté conoscere Marella Caracciolo futura signora Agnelli.

 

Ma questa è un’altra storia per un altro capitolo: il prossimo! Dove parleremo anche dell’inizio del primo e vero amore, non rosso ma bianco e nero di passione!

Capitolo III

L’arte da una parte, le barricate dall’altra,

il Signor Fiat nel mezzo 

Gli anni tumultuosi e infuocati del declino sociale.

Ci siamo lasciati alla fine del secondo capitolo con la comparsa del nome di Marella Caracciolo amica di due delle sorelle di Gianni. La famiglia Caracciolo faceva parte dell’aristocrazia Napoletana e “faceva gola” a molti giovani amici di Maria Sole; sfortunatamente per questi contendenti Marella per anni aveva sempre pensato a Gianni con interesse, nonostante il nostro avvocato non piacesse particolarmente alla madre della giovane donna. Alla fine, però, l’amore prevalse e nel ’53 si sposarono.

La coppia per i primi anni visse a Torino, e qui la città vide la nascita dei primi due figli, il primogenito Edoardo (così chiamato in onore del padre) e Margherita l’anno successivo.

Gianni comprò una delle ville più costose e famose al mondo: Villa Leopolda. La stessa residenza gigantesca che venne usata per girare il film del ‘48 “Scarpette Rosse”. Gli invitati che passavano da lì erano di tutti i tipi, dai sovrani ai capi di stato; gli Agnelli erano considerati la coppia più importante del mondo.

 

Valentino, lo stilista, disse di loro:

Se un Americano voleva essere al passo con i tempi, imitava lo stile e tutto quello che riguardava la casa di Agnelli.

Gianni era un grande ammiratore della pittura, di cui aveva un’enorme conoscenza, adorava Balthus e naturalmente Andy Warhol, di cui aveva due delle prime opere tra cui il Batman;  come è vero che Warhol esercitava un certo fascino sull’avvocato, è altrettanto vero che il pittore fosse catturato dal fascino di Agnelli, tanto che nel ’72, quando l’artista si mise a ripensare la pittura in simbiosi con le immagini sempre più presenti e martellanti della televisione e delle pubblicità, realizza uno dei suoi famosi “Vanity portraits” in cui il protagonista era proprio il “Signor FIAT” immortalandolo così nel suo stile unico e fascinoso, con la sigaretta in bocca tenuta tra le dita.

Molte delle garçonnière di Agnelli (case con una stanza adibita ad incontri informali, per aver privacy e per evitare scandali) erano abbellite con opere di pop art, una tra tutte era Villa Bona che custodiva una grande ricchezza di statue dell’artista Henry Moore, roba da fare invidia a molte città. Possiamo tranquillamente affermare che la kalokagathia greca (bello e buono) era il perno su cui girava tutto per dell’avvocato, il binomio tra la perfezione e la morale erano aristotelicamente l’essenza della vita.

Se il 1953 è l’anno del suo matrimonio il 1954 è l’anno del suo divorzio da un’altra signora, “la vecchia signora”, il forse “vero amore”: La Juventus. In quest’anno, viste le maggiori responsabilità nell’azienda, decide di lasciare il posto da Presidente della squadra.

Agnelli era arrivato al vertice dei bianco-neri nel 1947 all’età di soli 26 anni, il periodo era quello del Grande Torino diventato grande anche grazie alla presidenza di Enrico Cinzano; e Gianni iniziò, basandosi sulla matrice Granata, ad investire energie per creare una società ed una squadra degna dell’attenzione nazionale.

L’amore per la vecchia signora nasce molto precocemente; il padre Edoardo nel 1926 aveva da poco acquistato la squadra e portava il piccolo Gianni a seguire gli allenamenti dei calciatori al campo di corso Marsiglia. Tra le maglie a strisce: “correva velocissimo. Mi sembrava una gazzella” c’era l’attaccante ungherese Ferenc Hirzer. E per lui fu subito amore.

 

Questa passione fu alimentata negli anni in cui Gianni studiava al liceo classico D’Azeglio di Torino quando la Juve irrefrenabile conquistò cinque scudetti consecutivi tra il 1930-1935.

Ma gli “amori” nella squadra non si fermarono lì. Ci fu Renato Cesarini con 53 reti in 147 partite e poi nel ’47 ci sarà un giovanissimo Giampiero Boniperti, appena maggiorenne che corona il suo sogno “per essere felice per sempre”, ovvero giocare una partita di serie A con la maglia della Juventus. Ne giocherà ben 444.

E poi il colpo di fulmine sotto la presidenza del fratello Umberto che porta nella squadra l’argentino Omar Enrique Sivori.

Certo, conosciamo le frequentazioni dell’Avvocato, tutte con personaggi di spicco, e con tali personaggi era abituato a sedere sugli spalti per guardare le partite, in questo periodo uno su tutti fu, nel derby del 18 Aprile 1948, Togliatti, che si godeva la partita forse alleviando lo stress pre-elezioni.

 

Nel 1966 arrivò la Presidenza della FIAT dal passaggio di testimone di Vittorio Valletta, e subito Agnelli cercò di modernizzare l’azienda, perché un’azienda forte voleva dire un’economia italiana altrettanto forte. La FIAT divenne la principale casa europea e la quarta mondiale. I conti erano messi così bene, da potersi permettere di aiutare Enzo Ferrari, che con problemi economici, rischiava di dover vendere l’omonima casa automobilistica a Ford.

Ma l’epoca d’oro finisce presto. L’Europa viene investita da un vento di rivoluzione nel ’68. L’azienda, nonostante la sua politica molto aperta, incontra resistenze e proteste dei sindacati comunisti. Fortunatamente la figura di agnelli continuava ad essere solida, le sue capacità di interlocuzione lo rendevano amabile a quasi tutti tanto che il sindaco comunista di Torino Diego Novelli (1975-1985), nonostante la diversità di vedute, lo considerava con molto rispetto. Agnelli sapeva che il lavoro degli operai era ripetitivo e usurante, psichicamente e fisicamente, così riuscì a farsi sostenere dai partiti politici di sinistra quando indicizzò gli stipendi dei lavoratori nonostante la crescita dell’inflazione.

Il rapporto che avevano con “il capo” era particolare, molti in realtà non odiavano Agnelli, ma odiavano l’azienda; questo naturalmente durante la settimana, perché nel week-end quando la Juve giocava, erano tutti dalla stessa parte: contro l’arbitro!

Ma come dicevamo l’epoca d’oro stava finendo. Gli anni ’70 avevano portato la Guerra dello Yom Kippur (1973), il costo della benzina era salito molto e velocemente e le auto non si vendono più. Nel ’75 il mercato automobilistico crolla del 40%, l’esubero della forza lavoro era evidente. Le macchine rimanevano ferme nei capannoni dell’azienda, proprio come gran parte degli operai, ormai superflui per garantire la poca domanda di vetture. Carlo De Benedetti parlò schiettamente ad Agnelli, propose il licenziamento di almeno 60.000 operai.

Ma la FIAT per l’avvocato era “la ragione di stato”, veniva prima di tutto, e di conseguenza i suoi dipendenti. Non se la sentiva di lasciare 60.000 famiglie senza entrate e così pensò ad una strategia per continuare a sopravvivere. Non gli rimaneva che vendere quote.

Intanto in quegli anni visto l’aumento del petrolio, la Libyan Arab Foreign Company si era arricchita molto e i libici era interessati ad un’azienda come la FIAT, Agnelli trovò terreno fertile per un accordo che concerneva la vendita di una quota di minoranza pari al 10% all’allora leader Libico Gheddafi, che così entrò nel consiglio di amministrazione. L’idea era rischiosa e molti lo spinsero a non farlo, ma Gianni chiuse l’accordo ricevendo così un’iniezione di denaro pari a quattrocento milioni di dollari.

Agnelli gestiva un’intera economia e quelli della Libia non erano gli unici soldi ad entrare.

 

In quegli anni l’azienda aveva un conto aperto con Mediobanca, da cui dipendeva. La FIAT faceva gola a molti e controllarla significava controllare in parte l’economia del paese. Presidente della Mediobanca era Enrico Cuccia, vecchio siciliano che organizzò un prestito all’azienda mettendo ipoteche sugli stabilimenti e sulle proprietà immobiliari in tutta Italia.

Fece assumere un responsabile finanziario: Cesare Romiti. Un duro che sguazzava nella politica romana. Un uomo che arrivò a conoscere tutti i segreti della FIAT proprio negli anni in cui il partito comunista esplose nei sondaggi. Questo incedere comunista ad Agnelli fece paura e commentò l’accaduto: “Di partito comunista, guida, ed egemone, ce n’è uno ed è quello Sovietico”.

Le manifestazioni erano continue e frequenti, le fabbriche bruciavano nel vero senso della parola, per strada lo slogan “Agnelli, Pirelli ladri gemelli” veniva gridato ovunque. Atti di violenza e di terrorismo attraversavano l’Italia.

Il paese era sull’orlo della guerra civile. Le brigate rosse uccidevano magistrati, giornalisti, politici. Si arrivava a mille morti l’anno. La distruzione dello stato era l’obiettivo e in un paese in cui la FIAT controllava l’economia, gli obiettivi principali erano uomini dell’azienda, tra cui manager o dirigenti.

Torino era diventata una città pericolosa e poco vivibile. Gianni Agnelli sentiva il peso di questa situazione e la sentì ancor più quando il 9 maggio 1978, nel bagagliaio di una Renault 4 venne trovato il cadavere di Aldo Moro.

Ormai poteva succedere di tutto e visti i target dei terroristi non c’era dubbio che le Brigate Rosse volessero uccidere il signor Agnelli. Molti industriali per paura e per tenersi stretti la vita lasciarono l’Italia mentre lui, invece, decise di rimanere a Torino.

Iniziò ad abituarsi a cambiare sovente itinerario per recarsi a lavoro, spesso divertendosi e seminando la scorta. Guidava una FIAT, perché pensava fosse importante che il proprietario di un’azienda usasse il prodotto che fabbricava. Cosa che però, non sapeva chi lo vedeva sfrecciare per strada, era che sotto al cofano quella FIAT montava un motore Ferrari.

E proprio come Churchill durante la guerra anche Agnelli si fermava sovente a passeggiare per Via Roma, per farsi vedere, per sollevare il morale e dimostrare che lui c’era, che era con i torinesi, negli stessi posti in cui loro vivevano la quotidianità.

Il 9 ottobre del 1979 la Fiat Auto licenziò 61 dipendenti degli stabilimenti torinesi con accusa di violenze, la risposta doveva essere dura. Il clima era insostenibile.

Per l’Avvocato, la guerra entra nel vivo della sua fase. Al rientro delle vacanze, a Mirafiori iniziò lo sciopero della verniciatura. Gli operai erano soliti fare una pausa di 10 minuti ogni ora per evitare di passare troppo tempo a contatto con i vapori delle vernici, ma i nuovi macchinari non richiedevano più la presenza dell’operatore in cabina e la pausa di conseguenza fu soppressa. Il consiglio di fabbrica proclama così lo sciopero degli operai. Mirafiori fu teatro di proteste a singhiozzo, cortei interni, invasioni della palazzina direzionale, blocchi stradali e altri tumulti. Il 21 settembre del 1979 dopo essere stato pedinato per settimane, Carlo Ghiglieno, direttore della logistica in FIAT venne assassinato per strada da un commando terrorista.

Ora l’azienda decide di agire: parte un’inchiesta interna contro i più facinorosi, che si risolse con l’allontanamento di questi operai.

L’anno seguente, nell’autunno del 1980 arrivò la resa dei conti con i 35 giorni di Mirafiori e la marcia dei 40.000.

Le proteste si inasprirono e iniziò un lungo sciopero dove al diciassettesimo giorno il segretario Berlinguer dichiarò che se necessario avrebbero occupato gli stabilimenti FIAT. Le barricate degli operai impedivano l’ingresso ai lavoratori. Ma la FIAT non cedette e al trentacinquesimo giorno le proteste cessarono con una manifestazione di risposta: 40.000 persone marciarono su Torino per chiedere l’apertura dei cancelli della FIAT.

Quello che il sindacato non aveva capito era che la FIAT stava lottando per la sua sopravvivenza. Il braccio di ferro fu perso dalla Federazione Lavoratori Metalmeccanici, che da lì a poco vide il suo scioglimento.

Mirafiori riaprì.

 

Sarei certamente improprio a dire, se non vi dicessi che il mare attorno a noi è ancora in tempesta, ma questo non ci impedisce di tracciare le nostre rotte. Sappiamo dove siamo e sappiamo dove vogliamo andare. I momenti più duri sono passati.

Così, l’avvocato, il Principe italiano chiosa gli anni ‘70 ed entra nel decennio degli anni ‘80, i ruggenti anni ‘80!

E qui, sulla soglia di questo decennio si conclude questo terzo nostro capitolo. Sulla soglia dei tempi migliori, di un boom economico alle porte, della moda che inonda la vita degli italiani. Tutto sempre sotto lo sguardo vigile del “Monarca” di Villarperosa: Gianni Agnelli, che vivrà da protagonista questo nuovo decennio, proprio come quelli passati.

 

E naturalmente, tutto questo, nel prossimo ed ultimo capitolo di venerdì 2 aprile.

Capitolo IV

Il Gran Finale dell’Avvocato.

Playboy, imprenditore, editore, presidente e senatore. Più difficilmente padre

 

 

Eccoci arrivati all’ultimo capitolo della nostra storia. Ci siamo lasciati al punto in cui l’avvocato, con il discorso al Lingotto, lascia dietro di sé i tempi bui degli anni ’70 per entrare in un nuovo decennio.

L’Italia negli anni ’80 inizia la sua crescita economica grazie al boom industriale che la porteranno ad essere la quarta potenza mondiale superando anche la Gran Bretagna.

Questo momento di estasi è accompagnato dall’uscita di una macchina che diventerà per tutti simbolo dell’azienda insieme alla famosa 500: la FIAT panda, quel veicolo che andrà ad inserirsi nell’immaginario collettivo, come una delle macchine più iconiche nella storia italiana. D’altronde ancora oggi, chi non è mai salito su una Panda?

 

 

In questi anni la FIAT non può che non essere sulla bocca di tutti, e con lei Agnelli che iconizza il suo stile diventando simbolo e forse rilanciando quel mondo della moda appartenente al gruppo della spezzatura style.

Sapevate che non annodava mai bene la cravatta per non dare quel senso di perfezione, che anzi, cercava di allontanare per evitare di essere lontano dalla realtà e dalla normalità?

Iconica è la foto di lui allo stadio con Henry Kissinger, entrambi in completo e cravatta ma Agnelli con gli scarponcini ai piedi.

L’ex segretario di stato non era l’unico che Agnelli aveva provato a contagiare con la passione per il calcio e per la Juve, ci aveva provato anche con Michail Gorbačëv (il segretario generale dell’URSS) quando in visita in Italia, Agnelli lo accompagnò un mattino a sorpresa al campo Combi dove si ritrovò davanti i giocatori della Juventus che sospesero l’allenamento per chiedergli l’autografo.

Rappresentato e idealizzato, icona dello stile, in inverno con il suo abito doppiopetto rigorosamente grigio con revers extra-large e con il completo classico, sempre grigio, per il resto dell’anno.

Naturalmente gli abiti erano confezionati dai migliori sarti al mondo e sempre su misura. Dietro la figura di Gianni Agnelli c’è la storia di uneleganza colta, spontanea e naturale che accompagna ogni suo gesto, uno stile che combina il gusto con l’estrema disinvoltura nell’indossare ogni capo.

 

Amante dello sci (o, come lui diceva dello ‘ski’) anche sulle nevi nel corso della sua vita è riuscito a conservare il suo personale look.

 

Non lo si vedeva mai con abiti da sci ma sempre con giacche di tendenza e guanti scuri in montone.

 

Non perdeva il suo charme neanche se era costretto a usare tutori e calzature ortopediche ingombranti a causa dell’incidente che ebbe in gioventù (vedi Capitolo I). Il suo istruttore e accompagnatore fu per molti anni il maestro austriaco Hans Noble, soprannominato «l’angelo delle nevi».

 

Il legame con Sestriere è molto forte, fu il nonno di Gianni che negli anni ’30 per 40 centesimi al metro quadro comprò un appezzamento di terra dove c’erano prati e boschi e fece costruire l’odierna cittadina di Sestriere, Gianni ormai aveva l’abitudine di farsi trovare pronto dall’elicottero che lo prelevava da villa Frescot in collina, arrivava in cima alla pista e con l’elicottero a pochi metri da terra si lanciava giù dalla montagna senza lasciargli il tempo di atterrare «per non sprecare tempo» e si faceva poi recuperare a valle così da poter tornare nel suo ufficio all’ottavo piano di corso Marconi a Torino.

 

Gli anni Ottanta andarono così bene che sia la Fiat che la Juventus ne guadagnarono. L’azienda aveva abbastanza fondi per potersi liberare di Gheddafi e dei suoi uomini in consiglio di amministrazione, mentre nella squadra arrivò un giocatore il cui nome rimane tutt’ora negli annali del calcio mondiale.

Un vero colpo di genio, l’intuizione di qualcosa di grande Agnelli l’ebbe il 23 febbraio dell’82.

Parigi, l’Italia gioca un’amichevole con la Francia, il gol del vantaggio è segnato da un giovane campione: Michel Platini.

L’avvocato ha occhio buono, e un desiderio si accende, alza subito la cornetta, contatta subito il direttore de l’Equipe, Edouard Seidler, Platini era a fine contratto con il Saint Etienne. Agnelli è pronto ad un’altra telefonata questa volta a Boniperti. Voleva il calciatore tra i suoi. Inizia la contrattazione con Bernard Genestar l’allora procuratore del giocatore. Alla fine, Platini è dentro. Quel Platini con cui strinse poi un’amicizia forte, tanto che ogni volta che passava da Cassis in barca alzava la cornetta e lo invitava a fare due chiacchiere in mezzo al mare.

 

Quel Platini che gli regalò per il suo settantesimo compleanno il suo primo pallone d’oro con un biglietto con su scritto

“Questa è l’unica cosa lei non potrà mai avere.”

E Agnelli ricambiò con un pallone interamente in platino. Fu un’amicizia vera e rispettosa.

Gli anni Novanta sono coronati di successi ma anche di dolore. Nel 1991 il presidente della repubblica Francesco Cossiga gli conferisce la nomina di senatore a vita.

Nel 1998 Torino, anche grazie al suo contributo, vince la nomina per le olimpiadi invernali del 2006.

 

Si inizia a pensare alla fine degli anni ’90 ad un successore al “trono di Agnelli”, per l’avvocato questo doveva essere senza dubbio suo fratello Umberto, ma qualcosa andò storto.

 

Come ricordate negli anni ’70 Enrico Cuccia con Mediobanca aveva messo dentro la FIAT un suo fedelissimo, Cesare Romiti. Questo era il momento per «il colpo di stato al leader»: secondo Cuccia Agnelli doveva tenere la presidenza e Romiti essere amministratore delegato. Se l’avvocato non avesse accettato queste condizioni Cuccia non avrebbe fornito la liquidità necessaria all’azienda. Dire a suo fratello di fare un passo indietro fu un duro colpo per Agnelli.

Fortunatamente cinque anni più tardi il vecchio Cuccia non era più così potente e Gianni poté indurre Romiti alle dimissioni.

Il problema si ripresentava: Bisognava cercare un erede.

Gianni non ebbe mai un gran rapporto con i figli, lui e Marella non erano presenti nella vita di Edoardo e Margherita, che passavano così molto del loro tempo con le badanti. Agnelli non fu mai in grado di gestire gli impegni aziendali e internazionali con la cura della famiglia.

 

Carlo De Benedetti racconta di un episodio singolare, che mette in luce l’Agnelli “padre” con queste parole:

 

 «Ho incontrato Margherita solo una volta in vita mia, ero con suo padre e ad un certo punto si apre la porta ed entra Margherita completamente rasata, suo padre gli chiese “che cosa hai fatto?” E lei gli rispose “Almeno ti sei accorto di me” e se ne andò via senza dire nulla»

 

Edoardo, era cresciuto in modo completamente diverso dal padre, era considerato un intellettuale, di natura e carattere differente. Era sensibile, ma per Gianni era una debolezza. Non sopportava che il figlio non si tuffare in mare con le onde alte come faceva lui.

Edoardo iniziò a drogarsi pesantemente di eroina. Era un problema per l’eredità della Fiat. Gianni pensò allora al nipote, al figlio di Umberto, Giovanni Alberto chiamato “Giovannino” che dimostrava un grande potenziale per la guida della Fiat.

Ma il destino fu meschino, nella primavera del 1997 gli diagnosticarono un tumore che non lo fece arrivare alla fine dell’anno. Fu una tragedia in casa Agnelli.

 

Ancora una volta l’Avvocato fu chiamato a designare il giovane a cui affidare il controllo della Fiat e delle holding di famiglia, e così arrivò all’attuale Presidente e amministratore delegato della EXOR, l’unico rimasto nella linea dinastica: John Elkann. Primo figlio di Margherita, che nel 1997 a 22 anni, come il nonno, entra nella stanza dei bottoni del Lingotto.

Il 15 novembre del 2000, a Fossano, Edoardo fece un ultimo gesto per dimostrare a suo padre di aver coraggio, di aver fegato: si suicidò lanciandosi da un ponte alto cento metri.

 

Agnelli ne fu distrutto. Prima Giovannino adesso suo figlio. Si sentiva probabilmente in parte responsabile. Il suo corpo si indebolì notevolmente, chi lo vide nell’inverno del 2002 disse che era irriconoscibile, caduto in uno stato di depressione totale. Il gigante che teneva le redini dell’industria italiana, l’uomo proprietario delle più importanti testate giornalistiche, dentro a banche, a compagnie di assicurazioni, l’uomo che, insomma, troneggiava su gran parte dell’Italia ora era spezzato dalla depressione. Sono lontani gli anni dei jet set, i capelli bianchi, la faccia di cuoio da vecchio eroe di qualche film western, l’uomo che si pensava immortale e intramontabile era ora schiacciato dal tempo e dal dolore.

 

Gli fu diagnosticato un tumore alla prostata. Inutili le cure mediche negli Stati Uniti a New York.

Il 24 gennaio del 2003 Gianni lascia il suo regno.

Mezzo milione di persone si riversarono al funerale alla basilica di Torino. La bara fu messa sul tetto del Lingotto. Centinaia di migliaia di persone si misero in fila nel freddo invernale di gennaio per pagare tributo a quell’icona del Novecento. Operai, torinesi, istituzioni, tutti in pellegrinaggio per l’avvocato.

Quello che era Agnelli per molti lo si riconosce nelle parole dette in quei giorni alla sorella, tra le strette di mano di chi si recava per l’ultimo saluto:

 

Quando le cose andavano molto male a Torino, sentivamo il suo elicottero volare sulla città e questo ci rendeva felici, perché sapevamo che Lui stava arrivando.”

 

La salma fece vela, un’ultima volta, verso il cimitero di Villar Perosa che sovrasta la chiesa di San Pietro, per rimanervi, sia lì che nella storia, per sempre.

 

Si conclude così, in quei giorni, il nostro viaggio durato un mese lungo la storia di un personaggio iconico, un playboy, un industriale, un uomo di cultura.

 

L’avvocato, immagine internazionale d’Italia, epitome di quello che dovrebbe essere un italiano, stabile, affascinante, delicato, educato, esuberante al punto giusto, che ha attraversato il secolo da protagonista.

Ci sono personaggi che colpiscono per la loro storia, tanto assurda a volte da essere ai limiti tra realtà e finzione. Quella di Gianni Agnelli è stata suggestiva tanto da sembrar frutto dell’estro di uno scrittore di romanzi e della sua fantasia più acuta.

Abbiamo voluto raccontarvi questa storia, perché non solo di cibo e acqua si nutre l’essere umano. Noi tutti siamo fatti di storie, e ogni storia è fatta di momenti, che passano o che rimangono ma che sicuramente ci segnano. In qualche modo la storia di Gianni Agnelli è passata, rimanendo o sfiorando, la vita di tutti gli italiani.

È riuscito a rimanere -connotandosi singolarmente- splendente nel firmamento della storia.

E dopo cento anni con questa rubrica NEL SEGNO DI AGNELLI abbiamo voluto raccontare la storia di un uomo che con il suo stile ha attraversato la storia planando sul secolo e indicando dall’alto la via.

Ruben Ganzitti

Ruben scrive canzoni, articoli, interviste, legge, racconta, appassionato di politica e di dolce vita. Borsalino addicted.