Pensieri sui luoghi della cultura, non istituzionali e volti a restituire socialità all'arte. A cura di Osservatorio Futura

Molte volte nel nostro lavoro capita di interrogarsi sulla natura degli spazi culturali e sul loro ruolo sociale. Nonostante manchi una letteratura organica sugli stessi, la loro proliferazione sul territorio è un dato di fatto.

I luoghi non istituzionali dedicati alla cultura sono spesso ibridi e mutevoli, difficili da incasellare e definire. A prescindere dalla loro governance e struttura, tuttavia pare che vi sia una mission comune: promuovere e valorizzare la ricerca artistica contemporanea, uscendo dalle logiche del mero mercato. Ma come si può realizzare questa importante impresa? Al di là delle difficoltà economiche e degli impedimenti burocratici sotto gli occhi di tutti, e di cui risaputamene mi piace lamentarmi, vorrei concentrarmi sul concetto di responsabilità. 

Spesso abbiamo la presunzione di essere presidi aperti sul territorio, ma nella maggior parte dei casi questo avviene solo per i periodi limitati all’esposizione.

Ci poniamo come spazi aperti al dialogo, ma molto spesso giudichiamo unicamente la qualità della proposta artistica, mettendo da parte l’assertività.

Credo che l’unico modo per essere davvero responsabilizzati in questo lavoro e realizzare la nostra mission, sia tramutarsi in una rete di spazi pubblici.

Penso a La Friche a Marsiglia, in cui progettualità artistiche diverse e indipendenti coesistono e hanno una grande apertura sulla cruda periferia della città. Un “esperimento politico, un luogo di pensiero e d’azione che rinnova la relazione tra arte, territorio e società”, per citarne il manifesto. 

Lo scatto tra il privato e il pubblico è enorme: non si tratta di un cambiamento di struttura, ma di metodo. Questo passaggio è tuttavia l’unico che fa sì che non si diventi delle piccole roccaforti elitarie al centro della città. 

Solo con una voce corale, strumenti condivisi e un forte ruolo sociale possiamo fronteggiare il sistema poco virtuoso al quale ci hanno abituato. In questa fase disastrosa per la cultura più che mai.