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Non dirci di stare zitte, non dirci che siamo esagerate. La nostra rabbia ha
radici profonde, è un capitale che ci portiamo dentro.

Qualche tempo fa, rovistando nella libreria di casa, mi sono imbattuta in una sezione risicata di scaffale che, se avesse una catalogazione, sarebbe una cosa come “grandi opere rivoluzionarie, femministe e dimenticate del Novecento”. Qui, tra Dalla parte delle bambine di Belotti e Le italiane si confessano di Parca, trovo una copia del romanzo Una donna di Sibilla Aleramo (1906), quello che viene considerato il primo libro femminista mai pubblicato in Italia.
È dalla lettura delle primissime pagine del romanzo di Aleramo, che mi sono ritrovata a provare un sentimento conosciuto. Un fremito potente, misto sete di giustizia, misto sentimento di appartenenza ed identificazione. Questa sensazione la conosco bene, appunto, è la stessa che provo leggendo quelle notizie che mi prendono alla gola e mi danno le lacrime agli occhi; è la stessa che avverto quando mi viene detto ridendo di “non farla lunga” per una “piccola” molestia ricevuta, ma è anche la stessa che ritrovo nella sorellanza delle manifestazioni femministe e negli sguardi di comprensione che si lanciano tra amiche.

È una rabbia antica, quella femminile, che deriva da generazioni di silenzi, di omissioni e sottomissioni. Un corpo di dolore comune, che riesce a comprendere una molteplicità di esperienze, nei singoli individui, e che prolifera nel capitale culturale delle donne, come un tramandarsi di umiliazioni, paure ed ingiustizie.

Prendo in prestito questo concetto, di “capitale culturale”, dall’antropologo e sociologo francese Pierre Bourdieu. Con questa espressione, Bourdieu definisce l’accumulo di risorse non economiche ma culturali, determinate dal contesto in cui viviamo. Un insieme di conoscenze e strutture che vanno a formare il nostro habitus e condizionano tutto il nostro modo di esistere, dal linguaggio verbale a quello corporeo.
Bene, io credo che una donna, a differenza degli uomini, abbia nel suo capitale culturale un sotto-capitale di rabbia. L’origine di questo è difficile da definire, è legata ad esperienze ancestrali, di cui avvertiamo l’incombente ombra nei comportamenti delle parenti. Eppure, deriva anche da quelle dinamiche patriarcali che, ancora oggi, minano la vita di una donna già dalla sua infanzia.
Le questioni di genere, come ogni altro tratto identitario, ci legano ad una determinata storia, a cui apparteniamo e di cui avvertiamo peso e responsabilità in tutte le nostre azioni.
Per questo, tacciare le giovani femministe di intolleranza equivale ad essere così accecati dal proprio privilegio da non validare il profondo bisogno di riscatto che questa generazione esige. Abbiamo finalmente preso coscienza di come il modello patriarcale ci abbia cresciute in modo da sentirci sempre inadeguate, non tutelate, non rispettate ed ora, non ci resta che dire: “ecco il conto per la vostra arroganza!”
Ma torniamo all’idea del capitale di rabbia. Come qualsiasi capitale che si rispetti, questa rabbia è una risorsa che conferisce dei vantaggi a chi la possiede. Non si tratta di una rabbia distruttiva, ma produttiva. Ed è proprio su questo punto che il romanzo di Marta Felicina Faccio, detta Rina (di cui Sibilla Aleramo non è che uno pseudonimo), appare come una reificazione di quel bisogno di lottare che da sempre ci appartiene.
Il femminismo di Sibilla Aleramo non si limita alla lotta istituzionalizzata per l’emancipazione femminile ma entra nel dibattito pubblico come una proposta di rottura strutturale dei codici tradizionali. Aleramo sostiene che le donne debbano cercare una voce personale, svincolata dai modelli culturali maschili di cui è impregnata la società: una nuova semantica, un nuovo linguaggio sul quale costruire un’identità libera.
Affermare la propria libertà e sottrarsi a quei codici comportamentali imposti da una società di stampo capitalistico-patriarcale, rimane un dovere sociale. Un atteggiamento, un ‘modo di vivere’, che va adottato ogni giorno, in ogni scelta, da tutti; per non far scivolare nell’oblio tutte le rivoluzioni che ci hanno preceduto.

Per approfondire puoi leggere

 

Una donna di Sibilla Aleramo

Oliva Denaro di Viola Ardone

Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés

Ragazze Elettriche di Naomi Alderman

(Ragazze elettriche è anche una serie tv)

Francesca studia Filosofia e scrive articoli e commenti sui suoi principali interessi, dall’ambito artistico-musicale a quello sociale.