I Musei Reali ospitano fino al 9 gennaio la mostra “In Between” di Fabio Viale, curata da Filippo Masino e Roberto Mastroianni. Un’esposizione dedicata allo scultore che partendo da questa città è diventato uno dei più influenti artisti italiani sulla scena internazionale.

 

Ai Musei Reali ha portato le sue sculture tatuate: quali sono state scelte per la mostra e come nasce l’idea di tatuare le grandi sculture classiche?

«In mostra ci sono 9 sculture tatuate che cambieranno di numero perché nel corso delle settimane la mostra muterà, verranno aggiunte delle opere e sostituite altre. Ho sempre visto nella statuaria classica un forte potenziale espressivo, certe opere sono divenute oramai dei simboli e mi piaceva l’idea di attualizzare dei valori estetici legati alla bellezza in un mondo dell’arte fatto perlopiù di sterili interventi installativi. Iniziai questo percorso circa 15 anni fa con un pubblico che guardava con diffidenza questo lavoro, ma oggi su questa linea, come me si sono imbarcati moltissimi artisti internazionali. Su certi siti trovo addirittura le copie delle mie opere in vendita…».

I suoi lavori sono un ponte tra passato e presente, tra contemporaneità e arte classica, tra arte ufficiale e tribalismo, quali sono le tante chiavi di lettura delle sue opere?

«Credo che la nostra cultura abbia una forte valenza estetica, i corpi che vediamo come modelli sono similari alle statue impolverate nei nostri musei ma son pur sempre degli stereotipi: idoli a cui attingiamo. Tatuarli mi permette di trasportarli nella nostra contemporaneità, facendoli divenire nuovamente protagonisti».

I tatuaggi oggi secondo lei sono una nuova forma d’arte contemporanea?

«Nello stereotipo della credenza popolare, il tatuaggio è simbolo di criminalità e/o anticonformismo. Probabilmente, chi si tatua avverte la necessità di fare un gesto trasgressivo e quell’operazione applicata alle statue ingigantisce l’aspetto ribelle e provocatorio, perché usurpa quell’arte e quella bellezza classica che si credono inalterabili. Ho realizzato molti lavori con i tatuaggi criminali russi. C’è molto sacro e molto profano, molti teschi, armi, tante scritte, parolacce in russo ed è, quella del tatuaggio criminale russo, un’immagine molto aggressiva che stride tantissimo con il candore del marmo».

Tra le opere ai Musei Reali c’è anche la Lorica romana con i tatuaggi di Fedez: come vi siete conosciuti e come mai si è ispirato al rapper?

«Ci siamo scritti, come la contemporaneità esige, su Instagram. Quando l’ho incontrato ho capito che è una persona davvero molto impegnata e molto diversa dalle immagini che ci restituiscono i social.  Federico è divenuto un simbolo come lo sono tutte quelle figure che costruiscono l’immaginario collettivo. Non credo che si possa o si debba giudicare nel senso del giusto o sbagliato, perché come nella   natura avvengono dei fatti che ci devono far riflettere e questo lavoro è stato uno studio ravvicinato che ci restituisce una fotografia analitica di un preciso momento storico. Spero di vederlo presto a Torino per fargli indossare la Lorica».

Nelle sue sculture c’è anche qualcosa di dissacrante?

«Con il tatuaggio non cerco di dissacrare o profanare un’immagine “sacra” che arriva dal passato. Le mie opere sono delle interpretazioni di grandi capolavori che riesco a rivitalizzare attraverso un processo di lavorazione estremamente virtuoso e tecnicamente di altissimo livello. La gente non si può render conto di quanto lavoro e di quale perizia tecnica necessitino queste sculture».

Da cosa nasce l’ispirazione di “Amore e Psiche”?

«Amore e Psiche è una scultura che ho immaginato osservando i tragici avvenimenti afgani di qualche mese fa. Purtroppo, in tanti Paesi la condizione della donna è tragica. Mi sono ispirato a questo».

Lei è più conosciuto all’estero che in Italia, la sua presenza ai Musei Reali la vive come un omaggio alla sua città?

«Sono circa 15 anni che vengo sistematicamente escluso da Artissima, nel senso che non mi viene nemmeno spedito l’invito all’inaugurazione.  Questo fatto può far immaginare che tipo di rapporto un’artista possa avere con la sua città. Ma il tempo passa e le cose cambiano e spero che Torino possa trovare il coraggio per divenire nuovamente la capitale del contemporaneo».

 

 

Cristina Insalaco

Giornalista, collabora con “La Stampa” e ha lavorato nella redazione web dello stesso quotidiano. Scrive per riviste culturali e naturalistiche e per giornali locali di cronaca cittadina.