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Dopo essere stato protagonista indiscusso degli anni ’80 Bettino Craxi continua a far parlar di se e a dividere.

 

Se non fosse coinvolto uno come Bettino Craxi e con lui mezzo secolo di Repubblica Italiana (e in allegato l’immarcescibile classe politica poi naufragata sulle Colonne d’Ercole dei processi di Tangentopoli verso cui nessuno, manco questo film, è ancora riuscito ad avviare una serena e approfondita revisione storica), un regista come Gianni Amelio, considerato una stella dell’empireo degli autori cinematografici nazionali tra i più blasonati oltreché apprezzato proprio per quello stile ricco di sensibilità sociale e in questo frangente anche un po’ democristiana con cui narra e ha narrato vicende piccole e grandi del nostro Paese, un attore come Pier Francesco Favino, bravo, bravissimo, garanzia di successo per qualunque produttore assetato di incassi ai botteghini tanto da rendere esilarante l’epigrafe rilasciata da Paolo Rossi secondo cui non si capisce se nel film sia Favino che imita magistralmente Craxi o Craxi che imita magistralmente Favino, Hammamet come direbbe Fantozzi si potrebbe considerare una cagata pazzesca.

 

Per più di due ore lo schermo è occupato, riempito quasi presidiato militarmente anzi garibaldinamente dall’immagine di Favino/Craxi, sempre bravo, bravissimo, inutile ripeterlo, sempre lui in campo con poco altro intorno.

Per più di due ore lo sguardo non può distogliersi da quel soggetto che se già qualcuno avesse trovato ingombrante all’epoca figuriamoci ora che, costretto tra le poltroncine e il vicino che trangugia Coca Cola dentro una sala cinematografica, proprio non se lo può levare di torno, neanche invocando le truppe americane a Modica o le toghe del pool di Mani Pulite.

 

Favino/Craxi ovunque. Sempre. Da ogni parte. Talmente onnipresente da rendere debolissima e quasi impalpabile la trama perché alle volte col suo peso narrativo sembra quasi crollarci sopra, interamente spesa sugli ultimi giorni dell’esilio, su cui per contrasto si muove un balletto balbettante di comprimari e attori che comunque non reggono il confronto con l’interprete immenso che fa le veci del capo del PSI, dalla cui bocca esce un po’ di tutto,

un collage di discorsi storici o presunti tali in cui riecheggia un sapiente profumo di déjà vu,

insieme a citazioni al limite della licenza letteraria come il celebre incipit della lettera di Aldo Moro scritta dal carcere delle Brigate Rosse che a un certo punto fa capolino durante una scena di commiato.

 

 

 

Pierfrancesco Favino in un frame di Hammamet

 

A causa di questa debordanza attoriale del protagonista, Hammamet potrebbe quasi sembrare un film sul corpo di Craxi – tanto per rifarsi al corpo di un altro personaggio storico cui spesso fu paragonato per il suo atteggiamento decisionista – a momenti dipinto come in un quadro di Botero e a momenti come un personaggio della commedia dell’assurdo dove la comicità si trasforma presto in tragedia visto che nelle ultime battute del film si spalanca una porta sull’onirico con la messa in scena del Bagaglino, la rivista dove la casta accorreva ad ammirare le forme di Valeria Marini e di altre soubrette, completamente cambiato di segno e  trasformato in ospizio infernale.

 

La verità è che forse alla fine si rimane delusi per il fatto di vedere sullo schermo solo un uomo, non un uomo qualunque ovviamente, ma un po’ mostro non tanto per i suoi tratti storici, ma perché interpretato, riproposto, imitato da un attore di mostruosa bravura, spogliato di quei super poteri che la politica, gli elettori, la narrazione istituzionale e popolare gli avevano attribuito eppure non abbastanza vicino ai “mostri” della contemporaneità se non per le trappole, quelle attualissime, della memoria.

Sì, la memoria. Perché alla fine se c’è un mare che bagna le spiagge di Hammamet è proprio quello dell’oblio, della dimenticanza indulgente, della distanza storica.

Non a caso, nel piccolo sondaggio di SugoTV, tra chi ha ancora ricordi vividi di quel tempo o semplici informazioni da Wikipedia, nessuno pronuncia la parola che trent’anni fa a torto o a ragione andava più in voga: latitante.

 

Qui le interviste di Ruben per SugoTV

Hammamet. Bettino Craxi esule o latitante?

 

Fabrizio Vespa