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Si avvicinano le Olimpiadi Invernali: a Torino ci ricordiamo con sentimenti contrastanti quelle del 2006, a Milano (e Cortina) ci si ricorderà tra vent’anni quelle del 2026. Chissà come, ma è facile immaginare che lo scopriremo presto. Per quanto riguarda la città ai piedi dei monti, quei Giochi furono – comunque la si pensi – un evento spartiacque. C’è stato un prima a cui è seguito un dopo: Torino è effettivamente cambiata, non solo per quanto riguarda la percezione che se ne ha nell’immaginario collettivo ma anche agli occhi dei suoi abitanti.

Non so se sarà più o meno lo stesso per quanto riguarda Milano, anche perché chi abita la città delle due “circonvalla” lo fa in moltissimi casi per poco: il capoluogo lombardo ha subito infatti nel corso degli ultimi lustri una vera e propria mutazione antropologica, accogliendo – a caro prezzo, o meglio con cari prezzi – un gran numero di studenti provenienti dal resto d’Italia e del mondo, e con loro uno stuolo di Paperoni, e allo stesso tempo espellendo – per via del caro prezzi – coloro i quali erano i residenti autoctoni da generazioni, costretti a trasferirsi altrove perché impossibilitati a vivervi potendo contare su un salario o uno stipendio normali. E con il fatto che gli studenti dopo avere concluso il ciclo di studi ripartono e i Paperoni magari prendono la residenza grazie alle note agevolazioni fiscali ma poi mica fanno vita di quartiere, Milano è sempre più destinata a essere una città di passaggio, e dunque priva di una sua specifica identità. Se anche nel suo caso le Olimpiadi Invernali in qualche misura la cambieranno, saranno in pochi ad accorgersene.