Il desiderio di autenticità contro l’obbligo di divertirsi
Dicembre è quello che io definisco il mese più ansiogeno dell’anno, le lunghe feste che vanno da prima di Natale alla Befana, con in mezzo il Capodanno scatenano le reazioni più inaspettate. Già a partire dei primi giorni di Dicembre inizia a serpeggiare una certa tensione tra chi adora queste feste e chi ne ha assolutamente repulsione. Personalmente mi pongo nel mezzo, alcuni riti non li disdegno, ad esempio mi piacciano moltissimo alcuni piatti tipici che si realizzano per celebrare le feste, in particolare il Natale, da buon meridionale di origine campana sulla mia tavola non possono mancare i “vruoccoli zuffritti co l’alice salate, vermicielli co la mollica de pane e vongolelle”. Come torinese di vita vissuta gli agnolotti al sugo del brasato al Barolo ed ora che vivo in Abruzzo un piatto di scrippelle ‘mbusse belle calde alla sera sono un balsamo eccellente. E per me le feste di fine anno potrebbero finire qui, purtroppo arriva però la domanda fatidica, che si fa la sera di fine anno? Ed ecco che in me lo sconforto mi assale, aborro l’abbuffata, l’obbligo nel divertirsi, i mortaretti, insomma l’ammuina.
Ci è stato “insegnato” che dobbiamo vivere la serata del 31 dicembre come un evento straordinario, una festa rumorosa, piena di persone, cibo, brindisi e divertimento sfrenato con il desiderio di non sentirsi esclusi, di appartenere al gruppo, di soddisfare le aspettative altrui, ma c’è il rovescio della medaglia, il desiderio altrettanto forte di autenticità, di rispettare i propri ritmi e desideri, e allora basta semplicemente la voglia di stare in pace con se stessi, con chi davvero si vuole bene, un buon cibo, una fetta di panettone e del buon bere. Poi l’anno che verrà vada come vada, perché nulla è più bello e appagante che vivere con la consapevolezza che la nostra vita è insieme quel che realizziamo e quello che il fato ha pensato per noi.



