Dopo circa 3 mesi di astinenza siamo finalmente tornati ad una mostra.

Il ritrovo è alle 11 a porta palazzo, Torino. È un 9 Settembre nuvoloso, c’è una piacevole arietta fresca ma ancora il sole scalda abbastanza da poter stare in maniche corte.

Io e Fazz, il mio insostituibile compagno di gite artistiche, saltiamo sui nostri bolidi a pedali e ci dirigiamo verso la Fondazione Merz. 15 minuti di comoda pista ciclabile e siamo alle porte d’ingresso della mostra > vedi foto sotto (sì, non rispettiamo le distanze in foto, ma io e Fazz siamo coinquilini che vivono nella stessa mansarda senza balconi da 2 anni).

 

 

Siccome Io e Fazz non siamo dei critici d’arte ma normalissimi visitatori appassionati, per non dilungarci troppo, abbiamo optato per una selezione dei 3 lavori che più ci hanno colpito troppo. Innanzitutto, vi consigliamo vivamente la visita di questa mostra perché è tremendamente avvolgente il percorso espositivo. Può sembrare banale ma, visto il periodo, la sensazione che si prova nel tornare a camminare liberamente tra un’installazione e l’altra e in uno spazio molto ampio, ci ha fatto entrare quasi in trance, con una sensazione di benessere e di evasione dalla realtà, come se il tempo fosse rallentato.

 

In questa condizione piuttosto particolare ecco le tre opere che ci hanno incantato maggiormente.

 

Terzo classificato

 

Pamela Rosenkranz, Amazon Spirits (Green Blood) 2018

Pamela Rosenkranz, Amazon Spirits (green blood), 2018 © the artist and Karma International, Zurich – Los Angeles Photo Gunnar Meier

 

Dalla foto purtroppo non si riesce a sentire il suono della foresta tropicale proveniente da una cassa bluetooth in un angolo dello stanzone seminterrato. Il sottofondo azzeccato per questo scenario creato da sedie d’ufficio, scatoloni di Amazon, batterie, teli di plastica, schermo blank illuminato da luce al neon che varia di colorazione dal blu al bianco al verde. Il set minimalista di Pamela Rosenkranz ci ha conquistato.

 

 

Secondo classificato

 

Chiharu Shiota, Where are we going? 2017

 

Chiharu Shiota Where are we going, 2017

Chiharu Shiota Where are we going, 2017

 

Uno stormo di barche sospese a 10 metri d’altezza. La classica installazione d’impatto per via delle dimensioni, ma che non risulta incombente e pesante, ma fluttuante e in totale armonia con l’architettura circostante. Oltre al lavoro maniacale di equilibrio e di complessità d’intreccio ci ha affascinato perché rispecchia esattamente la società contemporanea: dinamicità, smarrimento, leggerezza e precarietà della direzione intrapresa, qualsiasi essa sia.

 

 

Primo classificato

 

Cinthia Marcelle, The family in disorder, 2020

 

Cinthia Marcelle The family in disorder, 2020

 

 

Un caos insito dentro all’ordine è pronto a presentarsi sconvolgendo tutto. L’imprevedibilità delle cose, il mutamento che si può creare dentro un’organicità che sembra essere schematica e precisa, trasformandosi in tutt’altro, lasciano una sensazione di spaesamento e di confusione tanto forti quanto più il mutamento è stato consistente. Gli stessi oggetti possono, se distribuiti nello spazio in modo differente comunicare emozioni contrastanti pur essendo i medesimi da cui si è partiti. Un’idea così semplice, universale e immediata è quello che serve all’arte contemporanea per essere condivisa dalle persone come noi che non l’hanno studiata a fondo e che semplicemente hanno bisogno di emozionarsi di fronte a un gesto artistico, ancor meglio se quasi primitivo come quello di Cinthia Marcelle.

 

 

 

Push the limits per me e Fazz è stata una mostra di sole donne che ci ha saputo raccontare tante diverse storie, tutte unite a creare un ambiente unico, contemporaneo e immersivo come fosse una fotografia panoramica di un momento ricco di incertezze, di ingiustizie, di atrocità ma anche di speranza, di rigenerazione, di nuovi linguaggi e di nuove libertà.

 

Alla prossima

 

Fizz&Fazz