Giacomo Grosso VS Giovanni Boldini, in mostra a Torino, Classicismo e avanguardia in due pittori coevi

Giacomo Grosso e Giovanni Boldini sono due pittori molto distanti tra loro per storia, formazione, stile e pittura, ma accomunati dalla stessa passione: ritrarre e ritrarre in particolare figure femminili.

Torino fornisce lo spunto per accostarli, pur nella loro distanza, attraverso due mostre, l’una, quella dedicata a Grosso, ripartita tra la Pinacoteca Albertina, la Fondazione Accorsi Ometto, Palazzo Madama e il palazzo comunale di Cambiano, l’altra dedicata a Boldini, alla Venaria Reale.

L’uno è un pittore accademico che insegnò per anni all’Accademia Albertina, l’altro è un artista eclettico, difficilmente ascrivibile a una corrente specifica.

Giacomo Grosso (Cambiano 1860 – Torino 1938) frequentò, grazie a una borsa di studio del Comune di Cambiano, l’Accademia Albertina di Torino, della quale divenne professore di pittura nel 1889. “La sua tecnica accademica” e il suo “conservatorismo stilistico”, uniti al suo grande talento e alla facilità di pennello, gli assicurarono l’apprezzamento della borghesia torinese.

Grosso era dunque un pittore affermato, benvoluto dalla buona società, di cui era il ritrattista più accreditato. La clientela del pittore raggiunse anche l’aristocrazia dell’epoca: alla Pinacoteca Albertina sono attualmente esposti i ritratti dei reali Elena del Montenegro e Vittorio Emanuele III oltre che del Duca d’Aosta Emanuele Filiberto, stupefacenti per la resa dei dettagli, dai drappeggi in seta dell’abito della Regina Elena al guanto in pelle perfettamente aderente alla mano del Duca d’Aosta.

Nel 1895 la sua “rivoluzione”: Grosso dipinse il “Supremo Convegno”, l’opera che diede scandalo alla Biennale di Venezia. La tela, ambientata nella navata di una chiesa, ritraeva al centro un feretro, quello di Don Giovanni, circondato da cinque figure femminili completamente svestite. Un inno al dionisiaco prendeva vita dalle pennellate armoniose e luminose dell’apollineo pittore!

Lo scandalo fu tale che il futuro papa Pio X, allora patriarca di Venezia, scelse di non visitare l’esposizione. Nonostante le critiche, e grazie alla lungimiranza della commissione e dello scrittore Antonio Fogazzaro, il quadro non fu ritirato e vinse il primo premio del pubblico.

Cos’era accaduto? Grosso aveva scelto, pur nel rispetto dei canoni dell’accademia, di dar voce a un suo spirito inedito, sopito fino ad allora?

Il dipinto dell’anno successivo, “La nuda” (attualmente in mostra alla Pinacoteca Albertina), parrebbe confermare questa tesi. Grosso dipinse una procace e voluttuosa giovane, ammiccante e conscia della sua malizia, che si rivolge inequivocabilmente allo spettatore per catturarlo con la sua sensualità.

Questo dipinto fece scandalo “in una società che al principio del secolo al nudo (…) rifiutava spazio persino sulle spiagge”. Eppure i critici affermano argutamente che a dare scandalo, più ancora del nudo e luminoso corpo adagiato in una svenevole posa dannunziana su una soffice pelliccia, fu la provocazione insita nello sguardo della giovane, che in questo dipinto chiama in causa l’osservatore senza mezzi termini.

Qualcosa era dunque realmente accaduto: Grosso, senza contravvenire ai canoni artistici dell’accademia di cui era portavoce ufficiale, li superava con la scelta dei soggetti, destando così ancora maggiore interesse nel pubblico e nella critica. La sua Nuda, “antica” per le forme rotonde e sinuose nonché per i giochi di luce sul corpo, è al contempo classica e rivoluzionaria come lo fu tre secoli prima la Venere di Urbino di Tiziano.

Ciò che contraddistingue Giovanni Boldini (Ferrara 1842 – Parigi 1931), in mostra fino al 4 febbraio presso La Venaria Reale di Torino, è “l’inquietudine creativa”.

Boldini frequentò i macchiaioli a Firenze da cui apprese “la resa verosimile e vitale del soggetto”, ottenuta attraverso il fascino “chiaroscurale del tratto”. Trasferitosi a Londra e poi a Parigi, Boldini rivelò – come Grosso – la sua passione per la ritrattistica che prese forma nei suoi dipinti di varie nobildonne dell’epoca.

Attraverso pennellate quasi nevrotiche, le sue “sciabolate” (come furono definite da certi critici), Boldini cercò di svelare l’anima più intima dei suoi soggetti, molti dei quali furono anche sue amanti. Nei suoi dipinti Boldini vuole traspaia il carattere delle donne immortalate, senza tema di compromettere il loro ruolo sociale. Per questo le sue composizioni risultano “movimentate ed elettrizzanti” contraddistinte dai toni intensi, talvolta persino sanguigni, o dalle dolci armonie dei suoi tipici grigi-argento e del viola con cui rappresentarne i vezzi.

La sua opera subì l’influsso del trionfo impressionista e dello stile simbolista senza che questo abbia messo in ombra un suo tratto decisamente personale. Lui infatti sa cogliere in maniera quasi sfacciata, spudorata, la personalità del soggetto che ritrae e lo fa superando non pochi canoni “classici”. Le sue donne allungate, come le figure di El Greco o ancor prima del Parmigianino, esprimono attraverso la loro gestualità ed espressività i loro turbamenti interiori. Ne sono fulgido esempio il “Ritratto della danzatrice spagnola Anita De La Feria”, “La marchesa Luisa Casati con un levriero” e il “Ritratto di donna Franca Florio” (esposti a La Venaria).

In Boldini non ritroviamo lo stesso gusto della classicità (e della carnalità) presente in Grosso, eppure i suoi dipinti sono altrettanto eloquenti, guidati dalla stessa passione per il ritratto inteso quale via d’accesso all’altro.

Con un volo di fantasia – messo in moto però da un dato reale che fa capolino all’epoca di Grosso e Boldini – potremmo affermare che questi due grandi pittori risentono della comparsa sulla scena della fotografia, quell’innovativo e stupefacente mezzo artistico mediante cui d’ora in poi sarà possibile bloccare l’immagine su uno stato d’animo o su una scena nella loro immediatezza. Meno male, diremo noi, che loro affidarono ancora alla loro mano prodigiosa il bisogno di catturare un’immagine e offrircela su un piatto d’argento

Gloria Guerinoni